Kill B. Atto Finale.
26 Giugno, 2009

“Ha mai fatto del male a qualcuno dopo aver bevuto?”
A C faceva male il ginocchio.
Sedendosi, non aveva considerato la presenza di un piano verticale in legno che scendeva, nella sua inutilità, pochi centimetri all’interno del tavolo di quello studio.
“Ha mai fatto del male a qualcuno dopo aver bevuto?”
La dottoressa incalzava, ma senza troppa convinzione.
Forse era per via del caldo.
Indossare un golf di lana a luglio non invoglia ad essere zelanti.
“Allora?”
A C faceva male al ginocchio e ora veniva anche da ridere.
“Certo che no, dottoressa”
Quello che al Sert non considerano, o perlomeno fingono di non considerare, è che basta mentire, per fare bella figura.
—
Pioveva. Quando piove ai 1400 fa sempre freddo e piove fitto. Anche a luglio o a giugno o quel che era.
Forse era per questo che nel campo/campeggio di Gressoney non c’era nessuno.
O forse era il giovedì, il giorno che c’è meno gente e la birra è più buona.
Insomma, lì, quel giorno, non c’era nessuno.
Se ci fu una svista, questa fu di posizionare la tenda giusto sopra la relativamente corta, ma mortalmente ripida erta a bordo campo.
E dire che era tutto a disposizione, il campo.
I nostri erano di ritorno, stato confusionale, l’erba era scivolosa.
“E’ così che doveva sentirsi Napoleone a Waterloo”
Bagnati, confusi.
La necessità di mantenere la posizione vicino la tenda, dove erano stipati i rifornimenti, induceva a stazionare sull’erta mortale.
Shhhhhhhhh.. TUMP
Tuoni e cadute.
“Togliti di lì”
“E dove dovrei sta..” Shhhhhhh.. TUMP
—
La pioggia fitta sollevava una nebbia ancora più fitta, nebbia d’acqua, nebbia di moschetti e cannoni nemici.
Subito dietro la ripida salita aspettava l’esercito nemico, avanzavamo nell’ignoto.
Figure di ostili fantasmi umani.
Mi facevo largo nel fango, stordito da quel fumo acre e dall’acquavite dataci dagli ufficiali di campo poca prima della battaglia, per farci coraggio.
Fu un istante.
La prima figura che distinsi nitida fu il suo fucile, dietro di esso, Lui: un russo, forse un austriaco.
Era sorpreso quanto me, più di me.
“Sparagli Piero, sparagli cazzo!”
Affondai con la baionetta.
—
Sotto i nostri sguardi stupiti, o forse solo instupiditi, C aveva appena accoltellato B.
“Ops”
Suonava come una scusa sincera.
Questo però non aiutava la mano di B a smettere di sanguinare. E sanguinava, la mano di B.
“Non è nien..” Shhhhhhh.. TUMP
La sincera (anche lei) lama di un coltello per affettati aveva fatto con metallica dedizione il suo dovere. Tagliare la carne.
La pioggia non aiutava i soccorsi, che constavano nel tamponare con dei fazzoletti.
Forse ci andavano dei punti, ma muoversi da lì, a quell’ora, in quello stato, era fuori discussione.
B minimizzava, sanguinando, e non si poteva distinguere se era provato dalla ferita o dall’alcol.
“Dov’è il mio telefono?” chiedeva ondeggiando.
“Sotto il tuo piede”
“Le mie sigarette?”
“Sotto l’altro”
—
Il sole della mattina illuminava il campo.
B e la sua mano avevano passato egregiamente la notta nella tenda.
Tutto era imbrattato di sangue, per il resto bene.
Una manata rossa faceva bella mostra sul culo del suo vicino di sacco a pelo.
Questo aprì un rapido dibattito sull’ipotesi che stato di ebbrezza più sanguinamento potessero creare pulsioni omosessuali.
Quando M entrò nel bar del campeggio non fu bene accolto dal gestore.
“Eravate voi quelli laggiù in quella tenda?” domanda scontata.
“I miei bambini non hanno dormito questa notte”
Convenendo che, in effetti, l’audio della nottata sarebbe potuto apparire inquietante ad un esterno, ci si accingeva a scendere.
Sugli schermi dell’Alfa Romeo, lo splendido panorama montano della nostra valle.
“Vorrei essere una cascata, alle cascate non gliene frega un cazzo”.
El Pì.