Ventinovesima Cartolina. Km di Economia.
14 Ottobre, 2008
Ah, si fa presto a parlare di economia. No, non è vero.
È appunto questo il motivo per cui questo post me lo trascino da giorni.
Comincio dall’inizio. Comincio da un inizio.
Inizio.
Si è parlato molto negli scorsi giorni di quanto il sistema italiano sarebbe stato meno colpito dall’ondata di crisi arrivata dagli States.
Si è fatto l’elogio di una realtà, la nostra, basata molto sulla produzione e poco sulla carta, sulla finanza, cardine di quella americana.
Si è arrivati a considerare gli agenti di borsa americani come se fossero dei giocatori di case da gioco, come se facessero denaro puntando sul nulla e sconsideratamente.
Quello che sfugge in questo ragionamento semplicistico è il fatto che la finanza è l’ossigeno dell’innovazione di un sistema aziendale.
Per dirla in soldoni, senza questi avventati giocatori statunitensi nessuno avrebbe mai investito in aziende come, ad esempio, Google (nata con un enorme prestito, basato sulla fiducia di banche e investitori americani verso il progetto dei due nerd fondatori, Larry Page e Sergei Brin).
Questo, è un piccolo pezzo di verità e andava detto.
Continuo.
I sistemi economici più moderni, in questi ultimi 20 anni, si sono sbarazzati sempre più progressivamente dell’aspetto produttivo, quello del “frabbricare cose”.
Qui, per certi versi, arriviamo al paradosso.
La produzione delle aziende occidentali si è spostata, alla ricerca di mano d’opera a basso costo, nei paesi detti “in via di sviluppo”.
Questi paesi, ad esempio il sud-est asiatico, producono la maggior parte di quello che viene poi consumato in occidente. L’allargamento dell’Unione Europa ad est si spiega anche col bisogno delle nostre aziende di portare in quei luoghi, più liberi da sindacati e costi del lavoro, la produzione delle nostre auto, dei nostri vestiti ecc.
Sono due decenni ormai che cerchiamo in tutti i modi di liberarci di quello che, teoricamente, renderebbe la nostra economia solida.
Il motivo non è solo imprenditoriale. La verità è che le fabbriche non piacciono più a nessuno. Nessuno vuole più lavorarci, nessuno vuole viverci vicino (sto estremizzando, ma seguitemi nel ragionamento).
Perchè le grandi città del nord Italia devono essere grigie e piene di ciminiere? Ve le ricordate le varie Torino, Genova, Milano degli anni 70? Città grigie, abitate da operai intossicati dall’amianto, quelli dei vari petrolchimici tutti poi ammalatisi di tumori o tubercolosi.
Tutta la società, dalle classi più alte a quelle più basse, si è progressivamente resa conto di non voler più avere niente a che fare con la produzione.
Le aziende più grandi hanno addirittura cominciato ad appaltarla, disinteressandosi di un prodotto dalla sua progettazione fino al momento di metterci il proprio marchio.
Fabbricare gli oggetti che sostengono il nostro modo di vivere ha molti costi. Costi Sociali, economici, ecologici, buona parte dell’economia occidentale ha preferito dimenticarsene, allontanando geograficamente il tutto, il più possibile. Occhio non vede, cuore non duole.
Fino a Pechino 2008.
La polemiche sui diritti umani non mi hanno colpito granchè.
Sarà che ormai si diventa insensibili a tutto (grazie internet), sarà che il problema è stato posto in maniera piuttosto superficiale, sarà che la questione tibetana assomiglia a tutte la altre questioni sull’indipendenza di tante regioni del mondo dove nessuno con un po’ di razionalità si può sbilanciare dall’esterno, sarà che dittatura, censura e privazione di libertà sono problemi non solo cinesi e sottolinearli durante un’olimpiade mi è sembrato, personalmente, un po’ ipocrita.
Pechino 2008.
Nelle scorse olimpiadi la cosa che è balzata più agli occhi è la realtà escrementizia alla base di tutto il sistema produttivo del capitalismo.
Tutti abbiamo visto Pechino, il laboratorio del pianeta terra.
Hanno dovuto spegnere tutte le fabbriche per non uccidere chi avrebbe dovuto correre le maratone.
Hanno dovuto dragare tonnellate di alghe fosforescenti nella baia dove avrebbero poi nuotato i triatleti.
Le foto che ho visto di quest’ultima erano raccapriccianti. Una triatleta che conosco e che avrebbe dovuto partecipare alle olimpiadi e nuotare lì dentro, non era poi così triste di avere mancato di un soffio la qualificazione.
Il luogo dove si produce il nostro benessere, paradossalmente è un luogo invivibile.
Nessuna propaganda di sviluppo economico può nasconderlo.
Basta una foto all’altezza dell’orizzonte. Click. Flash.
Allora si capisce tutto.
Si capisce che il sistema con cui è organizzata l’economia mondiale è umano, troppo umano e produce luoghi e sistemi disumani.
Poi contradditorio, fallace, costruito su ideali che hanno poca attinenza col reale.
Conclusione. (o una delle possibili).
Il liberismo è ferito gravemente quando la rappresentante degli imprenditori italiani, la Marcegaglia, invoca i soldi dello stato per fronteggiare la crisi delle banche. A quel punto si capisce che il re è nudo, che godot non arriva, che le sedie non bastano, che son tutti rinoceronti (bello il teatro dell’assurdo, vero?), che la mano invisibile di Smith era un’invenzione da fumetto, che funziona per l’appunto solo sul fumetto.
Poi c’è il resto e io devo chiudere il post.
Poi ci sono le derivate, dove la banche sommano i debiti di migliaia di poveracci e qualche azione e poi li vendono in giro per il mondo, per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Poi c’è l’economia “sommersa”. Quella del lavoro nero. Quella del cemento. Quella dei rifiuti. Quella di armi, droga, mafie.
E sono tutte economie reali. E vivono tutte negli anfratti ideologici delle grandi teorie intellettuali in cui crediamo da decenni.
Che dire altro?
Leggetevi Saviano, leggetevi No Logo, guardate Report, leggete Adam Smith se avete il coraggio, così come Marx o Engels..
E invece di buttarli i soldi, investendo in aerei, merendine, passate di pomodori e nani da giardino, dateli a me, cazzo.
el π
Ventottesima Cartolina. Me la Sbrigo con un Rapido Opinionismo.
5 Ottobre, 2008
A me Crozza non piace. Niente di personale.
Diciamo che non mi piace tanto. Diciamo che ha alti e bassi. Diciamo che dovrebbe scremare quello che dice e quello che fa, tenendo quel 30-40% di cose buone.
Forse un programma tutto suo è eccessivo.
Poi, in ogni caso, è chiaro, guardando il resto dei vari palinsesti, è inutile dirlo, spicca.
In ogni caso qualche giorno fa, a Ballarò, è stato autore di uno di quei lampi geniali, nei quali, una persona, con una frase dice tutto, illuminando chi ascolta.
“Riforma della scuola del ministro Gelmini: si torna ai voti espressi in numeri, ai grembiuli, al maestro unico, licenziando migliaia di professori.
Sarebbe come se questo mio intervento in tv lo facessi in bianco e nero, licenziassi il cameramen per poi chiamare il tutto riforma della televisione”.
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Leggendo su un volantino appeso in un circolo Arci una frase di Antonio Gramsci, “Agitatevi, Organizzatevi, Studiate”, ho elaborato la teoria del climax discendente nella sinistra italiana.
- Immaginate due proletari, molto agitati.
Uno dice all’altro: “E ora? che facciamo? CHE FACCIAMO?!?!?”.
L’altro risponde: “studiamo”. -
Ora, é ovvio che il massimo dell’emancipazione per le classi lavoratrici fosse quella di studiare.
E allora cosa ne viene fuori?
Un’intersecazione di significati in ascesa e in discesa.
Cala la dinamicità dell’azione politica, cresce il suo valore intellettuale.
Che fare? Ma soprattutto che dire? E quale è la relazione tra le due “azioni”?
Fare sinistra, deve implicare questo genere di riflessioni, teoriche poi solo in apparenza.
La sinistra è analisi, critica e rovesciamento dello status quo.
Lo status quo (o la destra) è un lavoro di immagine.
Un lavoro di convinzione da parte delle élites sociali nei confronti delle classi lavoratrici.
Il gioco della destra sta nell’affermare il proprio sistema come il migliore dei sistemi possibili, quello della sinistra afferma che un sistema migliore è possibile, dopo un primo processo di analisi, un lavoraccio.
Questo spiega perchè molta sociologia, parta dal pensiero marxista ed engelsiano.
Per chiudere, vi propongo un’altro climax discendente a proposito di sinistra italiana:
GRAMSCI ——-> Togliatti ——-> veltroni.
el π
Ventisettesima Cartolina. Parole e Bevande Alcoliche.
1 Ottobre, 2008
Notevole è, in quantità ed omologazione, il frasario a cui lo spettatore televisivo è sottoposto nel campo dell’informazione politica.
Rimango sempre impressionato dal rituale della dichiarazione e della contro dichiarazione dei vari esponenti dei principali partiti, intervistati nei telegiornali.
Segue, in genere, la contro controdichiarzione e la contro controcontrodichiarazione.
Poi, in un giorno come ad esempio il martedì, l’infinita dialettica senza possibilità di mediazione prosegue con gli approfondimenti, Ballarò ad esempio, segue Porta a Porta.
L’opposizione “strumentalizza” e la maggioranza conduce “un’operazione mediatica”, Di Pietro è autore di “una deriva giustizialista”, il precedente governo, qualunque sia, è l’autore di un “disastro”, lascia un “buco”, altro che un “tesoretto”, al quale Tremonti risponde con la “finanza creativa”. Poi c’è il “dialogo”, questa parola è rimbalzata per mesi: dialogo a rischio, fine del dialogo, possibilità di dialogo, dialogo o inciucio?
Chi ha “salvato” l’Alitalia?
Berlusconi mentre sguazzava nei fanghi? “Balle”, è stato Veltroni che ha scritto uno lettera alla Cgil. Altra “balla?”
Tutto si perde in una spirale di parole stereotipate e ripetute in maniera martellante.
Niente di nuovo, è un vizio costitutivo della prassi politica, aumentata dal feticismo per le parole tipiche del giornalismo. Il primo Montale direbbe che è l’impoverimento espressivo tipico della comunicazione di massa.
Perciò quando vi sarete nauseati di tormentoni e orribili neologismi, un esempio su tutti “ecofurbo” (tg3 regionale Piemonte), leggetevi una poesia.
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Questo blog è morente.
Colpa mia, che ho smesso di scrivere con continuità.
Molto è dovuto al caldo, l’ho già accennato riferendomi ai miei testicoli vicini ad un rovente processore (sempre a proposito di poesia..), un po’ è anche per via della necessità di fermarsi qualche centinaio di metri prima di inneggiare ad una delirante lotta armata, deriva che più o meno inconsapevolmente stavo raggiungendo.
Poggiamo i fucili perciò e se per caso a qualcuno venisse in mente qualche strana idea, che non faccia il mio nome, non farò il Sofri di turno.
Molte sono le cose che ci sono passate sotto il naso in questi due-tre mesi, eh sì, avevano proprio un brutto odore di merda.
Se la cosa vi diventasse insopportabile, invece di compiere gesti estremi, fate come me: bevete molto.
el π